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Luca Pancalli

Presidente del Comitato Paralimpico Italiano (CIP)

Chi è Luca Pancalli?

Fin da giovanissimo pratica il nuoto, diventando nazionale juniores di pentathlon moderno. Nel 1981, in un incidente durante una gara di equitazione, riporta una lesione spinale con paralisi delle gambe. Partecipa a quattro edizioni dei Giochi paralimpici, vincendo otto ori, sei argenti, un bronzo. È prima vicepresidente (1996) e dal 2000 presidente della Federazione italiana sport disabili, che guida ancora oggi dopo la sua trasformazione in Comitato italiano paralimpico

Luca Pancalli è sempre stato – come dire – malato di sport, sin da piccolino: i miei genitori hanno utilizzato per tutti e tre i figli lo strumento dello sport anche con una funzione educativa, formativa, di crescita.

Un “campioncino”. Nel pentathlon moderno ho raggiunto i miei sogni di adolescente sportivo, che sognava di poter diventare un “campioncino” (“campione” è una parola grossa) e quindi di poter vincere i primi campionati italiani di categoria. Ho vinto diversi campionati italiani di categoria, fino ad arrivare a essere considerato una promessa del pentathlon moderno. E arrivai alla Nazionale.

L’incidente. Non amavo andare a cavallo e non ero assolutamente preparato a una competizione internazionale. Al sorteggio del cavallo ricordo perfettamente che infilai la mano, e delle due palline rimaste ne presi una. Poi, non so per quale segno del destino, la lasciai per prendere l’altra. Fu così che mi capitò un cavallo particolarmente nervoso. Durante la gara caddi. Oggi considero questo incidente quasi fosse un incidente di percorso. Probabilmente doveva andare così, tutto mi ha portato in quella direzione.

L’incontro con il dottor Maglio. Mia madre non mi mise in una campana di vetro, anzi fu nei miei confronti molto più dura e esigente, pretendendo molto di più dopo l’incidente che non prima. Sia nella scuola sia nel mio percorso di recupero. Fu lei che cercò Antonio Maglio. Quando incontrai il professor Maglio la prima volta rimasi fulminato dal suo sguardo, perché ti guardava dritto negli occhi e ti penetrava, e mi disse: «Tu amavi far sport, eri un atleta? E perché non continui? Tu devi continuare e devi ricominciare». Col tempo raccolsi quest’amo lanciato dal professore Maglio e mi presentai in piscina. Da lì poi è nato tutto.

Di nuovo in piscina. Il nuoto è diventata la mia disciplina paralimpica, dove ho avuto i migliori successi. Ho capito che dovevo mettere a frutto tutto quello che avevo imparato per tanti anni, e cambiare modelli di bracciata per adattarli a un nuovo assetto del corpo. Mi sono messo a studiare, sia tecnicamente sui libri, sia provando in acqua tutte queste le metodologie che mi hanno portato a una acquaticità nuova e poi ai risultati.

Ho capito che per vincere non basta essere stati dei grandi campioni quando avevi due gambe. Che anche nelle gare per persone disabili bisogna allenarsi, bisogna prepararsi. E di lì ho cominciato ad allenarmi come mi allenavo prima

La fatica degli allenamenti. Ho capito che per vincere non basta essere stati dei grandi campioni quando avevi due gambe. Che anche nello sport delle gare delle persone disabili bisogna allenarsi, bisogna prepararsi. E di lì ho cominciato ad allenarmi come mi allenavo prima. E volevo essere da stimolo ai miei compagni di squadra per far capire che, a prescindere dalla nostra condizione, lo sport va affrontato in maniera seria e professionale. Se tu vuoi far sport e vuoi raggiungere certi obiettivi e vuoi che gli altri ti vedano come un atleta, devi essere professionale, per comunicare al mondo intero che anche noi facciamo sport non per diletto, ma perché raggiungiamo degli obiettivi. E da lì tutta la mia vita, da atleta praticante prima, da dirigente poi, è stata improntata a far capire che siamo atleti con la A maiuscola, e non potete giudicarci da come voi leggete la nostra prestazione, ma dovete calarvi nella nostra prestazione e capire cosa c’è dietro.

Uscire dal pietismo. Sia da atleta sia poi da dirigente ho voluto aiutare questo movimento a uscire da quell’angolo di pietismo nel quale eravamo cacciati. Eravamo cacciati in quell’angolo dall’incultura, dalla non cultura dell’epoca, dalla distrazione, dal disinteresse dei media, dagli atteggiamenti solidar-pietistici dalla gente. Meritavamo quel rispetto che ci siamo conquistati faticosamente sul campo.

Un movimento in crescita. Il nostro è un movimento in crescita, in espansione, che giorno dopo giorno si rinnova e guarda sempre con maggior coraggio al futuro. Londra è stata l’apoteosi del nostro movimento e se voi mettete velocemente le immagini una dietro all’altra, in quel racconto per immagini c’è il racconto di una rivoluzione culturale. Parlo di un movimento sportivo che è cresciuto, ma che accanto a sé ha aiutato un Paese a crescere.

Il senso del Cip. Il Comitato italiano paralimpico è un sentimento, è una missione, è l’essenza di un mondo della disabilità che vuole dimostrare un po’ – quasi lo sport fosse la metafora della vita – che nel momento in cui ci vengono date le opportunità per esprimere le nostre abilità, diventiamo degli atleti. Il professor Maglio lanciò il seme, l’idea straordinaria di utilizzare lo sport come strumento riabilitativo: è quello che oggi abbiamo raccolto e rilanciato entrando nelle unità spinali, nei centri di protesizzazione con l’Inail a Budrio, in tutti quei luoghi dove lo sport si può affiancare ai percorsi di riabilitazione. Il mondo paralimpico, il comitato paralimpico, è una grande famiglia, una grande famiglia che ha un fil rouge che tiene unita tutta la famiglia, che è la sofferenza attraverso la quale ciascuno di noi è passato. La sofferenza è un minimo comun denominatore, e per ognuno di noi lo sport ha rappresentato un elemento di esplosione in termini di speranza, di capacità, di riscatto, del riappropriarsi della vita.